Che senso ha portare a teatro una storia scritta duemila anni fa? Ce l’ha perché Euripide usa il mito come uno specchio: la guerra fratricida di Tebe sembra la fotocopia dei conflitti che vediamo esplodere oggi proprio fuori da casa nostra. Protagonista è un coro di giovani donne straniere, outsider totali. La loro posizione “ai margini” è esattamente la nostra quando scorriamo le notizie dei massacri sullo schermo del telefono: ci sentiamo spettatori impotenti di fronte all’orrore. È qui che entra in gioco Balletto Civile, usando il corpo e la danza non per fare cose “belle da vedere”, ma per lanciare un pugno nello stomaco. Come spiega la regista Michela Lucenti, la bellezza non serve a niente se non ha un significato. I ballerini mettono in gioco i loro corpi per urlare un no viscerale alle tirannie e alla follia della guerra, trasformando il palco in uno spazio di resistenza e in un vero manifesto per la libertà.